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OTELLO |
27/04/2010 |
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di William Shakespeare regia di Arturo Cirillo |
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La potente ma frivola Venezia, per Cirillo, è un terreno fertile di invenzioni. Ecco allora che il Doge arriva sdraiato su un letto: più che un uomo ai vertici del potere, egli sembra un efebo, se non una specie di odalisca, comunque un debole. Ed ecco che i personaggi vanno precisando, con la loro gestualità rilassata e il modo di parlare, mai aristocratico o sostenuto, proprio un tono da commedia, del tutto congruo (benché accentuato) nel primo atto, e che, più sottilmente, mai sarà abbandonato.
Anche quando, dal terzo atto in poi, gli eventi precipiteranno verso la più nera e dolorosa tragedia. Con la voce sottile, quasi infantile, la smagliante Monica Piseddu porta ai limiti dell'ineffabile l'ingenuità, o l'innocenza, o la stupidità di Desdemona. Ma il vero protagonista, la spia stilistica di questo Otello, è lo Iago interpretato dallo stesso regista. È un imbroglione. Questo Iago è cosi sfacciatamente compiaciuto di sé, nei suoi monologhi, da bandire ogni idea di segreto o tormento. Se poi si pensa alla quantità di volte che dalle due quinte trapezoidali di cui è fatta la scena spunta un letto, tra Iago e il senso di questi letti si riscontra un'analogia che dà allo spettacolo la sua coerenza: il letto non è funzionale al sonno, al dormire, esso è piuttosto un simbolo di mollezza, lussuria, malattia. Tutto, attraverso un simbolo cosi intenso, viene sminuito. Non vi sono veri traditori come non vi sono più eroi. Le stature eroiche, per Cirillo, sono assurde e, ormai, risibili.
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(Franco Cordelli, Corriere della Sera) |
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Uno spettacolo di prim'ordine, focalizzato su una nevrosi dei singoli personaggi consapevoli dell'inutilità dei loro gesti fatali, con un effetto nuovo per la storia del testo sulle nostre scene, troppe volte letto nelle forme di un melodramma romantico a scapito della sua effettiva forza espressiva, supplendo a un vuoto che conosce solo l'eccezione folgorante di Carmelo Bene, che ne
diede uno show traducibile di fatto in una dichiarazione di irrappresentabilità. Accanto al mirabile duello vocale dei due protagonisti, vanno ricordati la Desdemona di Monica Piseddue il Cassio di Michelangelo Dalisi con Sabrina Scuccimarra, Luciano Saltarelli ,
Salvatore Caruso e Rosario Giglio, nei costumi di Gianluca Falaschi, con le musiche di Francesco De Melise le scene di Dario Gessati. Ed è un grande successo.
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(Franco Quadri, La Repubblica) |
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Qui veramente« la parola diventa destino», come disse già Agostino Lombardo. Iago, impersonato egregiamente dallo stesso Cirillo, conduce il gioco, come sappiamo, raccontando e macchinando, talora ritraendosi ad arte, per far scoppiare la gelosia e distruggere il moro che egli " odia".
E nelle sue elucubrazioni velenose si rivolge a noi pubblico come a cercare complicità ambiguo e obliquo persino nella postura; protagonista più che " spalla ", ha nell'Otello interpretato ottimamente da Danilo Nigrelli, un facile bersaglio, più che furioso, umiliato, offeso, annichilito.
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(Toni Colotta, Avvenire) |
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Da buon discepolo di Carlo Cecchi, Cirillo possiede la rara capacità di far coesistere un'assoluta modernità con un'istintiva capacità di rifarsi alla tradizione. È a quest’ultima che attinge il suo linguaggio, cogliendovi echi diversi, dalla commedia dell'arte alla sceneggiata all'avanspettacolo. Ma è modernissima la libertà con cui usa e contamina questi riferimenti, accostandoli in un originalissimo impianto stilistico, lontano da qualunque intento dimostrativo, che innerva Shakespeare di spunti graffianti senza tradirlo neppure per un attimo. |
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(Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore ) |
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Otello da camera del regista e cointerprete Arturo Cirillo è un eccellente esempio di teatro per i nostri giorni: compatto, asciutto, ironico, economico. Solo otto interpreti; scenografia (di Dario Gessati) semplice e astratta; costumi modernoidi. La limpida nuova traduzione di Patrizia Cavalli, dalla quale emergono endecasillabi di quelli che facciamo spesso senza accorgercene (Una granita di caffè con panna), è consegnata in velocità, fino a ottenere una durata inferiore alle due ore filate. E ci sono invenzioni interessanti, come la torva Serenissima dell'ex prim'atto, i cui notabili (Brabanzio, il doge) sono zanni con maschera grottesca; o come l'indifesa nudità della dolorosa Desdemona di Monica Piseddu quando viene sacrificata nel finale. |
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(Masolino d’Amico, La Stampa ) |
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SIK SIK, L'Artefice Magico - CLAUS PEYMANN... |
05/08/2008 |
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di Eduardo De Filippo - Thomas Bernhard
regia di Carlo Cecchi |
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Con uno di quei colpi di genio che gli sono tipici, Carlo Cecchi ha riunito per lo Stabile delle Marche due testi del suo repertorio con l' effetto di mutarne e arricchirne il senso nel confronto. Si tratta di due atti unici sul teatro visto da poli opposti da due grandi autori diversissimi quali Eduardo De Filippo e Thomas Bernhard. Del primo torna l' esecuzione povera e folgorante di SikSik, l' artefice magico, capolavoro chapliniano dove un illusionista da strapazzo si misura con le difficoltà di linguaggio e d'azione del compare inetto scelto per ingannare il pubblico, in un mirabile squarcio di teatro all' improvviso. E a questo si contrappone in Claus Peymann ... una derisione della scena più pretenziosamente intellettuale dove il regista del titolo, primo artefice delle glorie dell'autore, si esibisce in cambi di sede surreali sfogando le proprie ambizioni preso da una voglia di potere che lo contrappone al suo interprete, un Cecchi impressionante per ritmi e inventiva accanto qui a Elia Schilton, bravissimo anche nei panni della segretaria, nelle scene ritrovate di Titina Maselli, favolistiche e piene di colori. |
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(Franco Quadri, La Repubblica) |
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/...- Un grande Carlo Cecchi, disincantato incantatore, che ha accostato genialmente due atti unici Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me di Bernhard e Sik Sik, l' artefice magico di Eduardo. E' l' incontro di due realismi amari, di due nichilismi che in Eduardo trova, però, un limite di indulgenza e pietà. Da una parte l' ironia tagliente di Bernhard fa a brandelli, in un procedere per brevi folgoranti scene, il mondo del teatro e della cultura nella sua odiata Austria, e dall' altra l' abiezione senza possibilità di riscatto di Sik Sik trova la sua grandezza proprio nella cialtroneria, nel credere e dover credere nell' inganno della scena, nel non "avvilirsi mai" di fronte alla catastrofe del suo spettacolo di povere illusioni mandato a monte da un compare maldestro. |
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(Magda Poli, Corriere delle Sera) |
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...- E' il più amato, il più bravo e il più orso degli attori italiani. Un artista sofisticato, con l' estro di sperimentare stando all' interno della tradizione teatrale nostrana e internazionale, un maestro che lascia l'impronta di sé in quello che fa, da Pinter a Shakespeare, da Eduardo a Beckett, o al cinema come fece anni fa con l' indimenticabile prova di Morte di un matematico napoletano di Martone. Carlo Cecchi torna a Milano per quattro recite eccezionali a fare da "cerimoniere benaugurante" per il futuro del Franco Parenti di un dittico assai particolare, prodotto dal Teatro Stabile delle Marche, connubio insolito di due autori cardine del teatro del Novecento europeo: Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me di Thomas Bernhard - già rappresentato da Cecchi, tra i primi a portare il drammaturgo austriaco in Italia, nel 1990 - e Sik Sik, L' artefice magico, suo cavallo di battaglia, tra i primi testi di Eduardo De Filippo, che riprese a recitarlo alla fine della sua carriera. |
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(Giovanna Crisafulli, La Repubblica) |
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A pensarci “a freddo” poco sembrerebbero avere in comune la scrittura colta e pungente di Thomas Bernahrd con le “favole”popolari di Eduardo DeFfilippo. Eppure la grandezza teatrale di Carlo Cecchi riesce a fare di due atti unici dei due autori una riflessione eccelsa, prismatica e unitaria, sulla magia del teatro. Perché di maghi parlano entrambi i testi…
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(Gianfranco Capitta, Il Manifesto) |
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Che attore straordinario è Carlo Cecchi, protagonista tra i più atipci e personali della nostra scena. Un artista la cui acuta intelligenza e consapevolezza producono uno stile di recitazione distaccato, defilato, tormentato, ironico, straniato, che cela la nostalgia di un teatro che già fu coscienza critica della società. …Si cimenta il fiorentino Carlo Cecchi, in due atti unici che sono due piccoli gioielli. Due piéces in apparenza discordanti, ma che in realtà sono entrambe una riflessione sul mondo del teatro.
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(Domenico Rigotti, Avvenire) |
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/…- Carlo Cecchi porta due brevi testi diversissimi fra loro scritti con un umorismo al vetriolo da Thomas Bernhard e con ironia sorniona dal grande Eduardo. …Un invito a nozze per un attore maschera come Cecchi con la sua recitazione al ralenti, la sua autoironia, la sua capacità di stare dentro e fuori i personaggi. Che in questo caso sembrano diversissimi fra loro: che cosa infatti lega l’inquieto nevrotico Peymann (uno dei maggiori registi tedeschi spesso in odore di scandalo per le sue scelte), diventato direttore del Burgtheater di Vienna all’illusionista imbriglione Sik Sik che cerca, prendendo contromano gli spettatori, di sbarcare il lunario? Il teatro, nient’altro che il teatro con tutte le sue illusioni e i suoi fantasmi.
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(Maria Grazia Gregori, l’Unità) |
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CASA DI BAMBOLA - l'altra Nora |
25/09/2008 |
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da Henrik Ibsen regia di Leo Muscato |
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/...- Il dramma all’epoca destò grande scalpore, perché portava sulla scena le ipocrisie di quella stessa borghesia seduta in platea. Muscato parte proprio da questo dato, e dal tentativo di annullare le distanze tra il pubblico e i personaggi. Ne nasce L’Altra Nora che riprende il nome della protagonista che adesso potrebbe essere una nostra dirimpettaia. L’indignazione d’un tempo certo non si scatena, né è questo l’obiettivo, dato che la regia punta a un umorismo satirico, che esplode nella ricchissima interpretazione di Lunetta Savino, d’un realismo si potrebbe dire surreale. |
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(Alfonso Cipolla - La Repubblica) |
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/...- Non solo la cornice, ma anche il linguaggio è aggiornato, il copione è rimaneggiato e in parte riscritto. Il risultato è convincente merito anche di un Lunetta Savino molto espressiva, soavemente lunatica, simpaticamente fuori di testa e infine profondamente donna. |
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(Osvaldo Guerrieri - La Stampa) |
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/...- Il regista riesce ad attuare un paradossale ribaltamento delle apparenze. La Nora alterata, maniacale di Lunetta Savino risulta stranamente più credibile, per certi aspetti più umana delle Nore convenzionali. È il matrimonio che le ha fatto male, o il suo disagio avvelena la vita a due? |
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(Renato Palazzi - Il sole 24 ore) |
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/...- Muscato riscrive Casa di Bambola riuscendo nell'obiettivo mancato da molte produzioni postmoderne viste recentemente in Norvegia. Non basta vestire i personaggi in jeans e maglietta per fare Ibsen davvero nostro: serve che i suoi drammi parlino a noi come facevano nel tardo Ottocento. Lode quindi alla sua riscrittura e all’interpretazione della Savino, che ha saputo rendere il personaggio rivisitato. |
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(Giuliano D’Amico (Hystrio)) |
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/...- Muscato riscrive e adatta a situazioni che ci sono più vicine ridisegnando anche i personaggi, questo lontano ma sempre grande capolavoro ibseniano. E imprime con sicurezza e incisività un suo segno allo spettacolo dimostrando un’indubbia capacità a lavorare con gli attori, inserendoli dentro una storia che funziona a dovere.
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(Maria Grazia Gregori - www.delteatro.it) |
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/...- Questa Altra Nora è stralunata, come un Pierrot. Surreale. Proprio come nell'azzeccata immagine della locandina, un riflesso, figura ectoplasmatica dietro un vetro annebbiato, il dito a toccare un'anima evanescente. Una persona che confonde i sogni con la vita. |
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(Francesco Rapaccioni - www.teatro.org) |
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GABBIANO - Il volo |
05/08/2008 |
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da Anton Cechov regia di Leo Muscato |
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/...- Una rivisitazione che ha dello sperimentale, con innesti dinamici e interpretativi che vanno al di fuori degli schemi. "Il gabbiano" diviene sul palco del teatro ascolano semplicemente "Gabbiano", qualcosa di essenziale e anticonvenzionale per la stereotipata concezione della rappresentazione... Ogni riferimento spazio temporale è stato eliminato.Anche i nomi dei personaggi sono scomparsi, eccetto per i tre giovani, Kostia, Nina e Mascia, ognuno dei quali risolverà la propria vita e i propri conflitti in maniera differente, in un rincorrersi di amori impossibili e drammatici. ...In sintesi, una rappresentazione stupefacente, spiazzante e originale, sicuramente da apprezzare che merita sicuramente un pubblico adeguato e una considerazione adeguata che sicuramente riceverà. |
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(Andrea Castelli, Il Quotidiano.it) |
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/...- Questo Gabbiano diventa un esperimento intrigante. Si potrebbe dire che Muscato guarda con grande intelligenza più alle didascalie, alle forme interiori, che ai percorsi esteriori: legge nella mente dell¹autore, e indaga il territorio del non scritto, attualizzandolo secondo strutture di comprensione contemporanea, anche attraverso l¹uso dei simboli. Forse, per ottenere un effetto che comunque arriva in platea, si sarebbero potute limitare addirittura maggiormente le parole, lasciando ancor più campo alle azioni, in quanto specchio dell¹anima. Un¹interiorità che invece emerge, prepotente, nelle parti cantate. Per il resto, è uno spettacolo dai meccanismi precisi, che dunque decollerà definitivamente con le repliche |
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(Pierfrancesco Giannangeli, Il Messaggero.it) |
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/...- Leo Muscato non utilizza traduzioni, perchè riscrive il testo con una lingua propria, cogliendo dentro ciascun personaggio un'intonazione diversa, che risuona insieme alla faccia dell'interprete, al suo colore di voce, alla sua presenza fisica, al suo modo di muoversi, di essere, di cantare. Il giovane regista sottolinea gli spunti divertenti del testo non allo scopo di strappare una risata incongrua, ma per coglierne, per la prima volta in Italia, il tragicomico. Battute e giochi di parole conquistano il pubblico, a considerare la lunga fila di giovanissimi nei camerini dopo la recita per salutare attori sconosciuti. Il motivo dominante in questa messa in scena, coprodotta con intelligenza e lungimiranza dal Teatro Stabile delle Marche e da Leart', è l'amore, l'amore tra gli uomini e l'amore per il teatro. Muscato concentra l'attenzione su rapporti umani difficili e complicati che degenerano in conflitti: ogni personaggio sembra amare la persona sbagliata.
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(Francesco Rapaccioni, Teatro.org) |
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/...- Con questo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile delle Marche e Leart1Teatro in collaborazione con l1Amat, Leo Muscato ci consegna la terza parte di una trilogia concepita all1interno di un progetto di riscrittura di grandi testi della tradizione teatrale. Un progetto ambizioso, perché estraneo ai percorsi codificati, che ha riscosso con le due precedenti rappresentazioni Romeo e Giulietta - Nati Sotto Contraria Stella e Casa di Bambola - L'altra Nora, un vasto consenso di pubblico e di critica, fruttando lo scorso anno a Muscato il Premio della Critica come miglior regista dall1 Associazione nazionale dei critici teatrali.Mediante una modalità di rappresentazione fuori dagli schemi tradizionali, Muscato si fa artefice di un teatro ardito ed anticonvenzionale, caratterizzato da una lettura fuori dai canoni più tradizionali capace di spiazzare il gusto del pubblico più convenzionale. Mai come in quest¹opera, i personaggi di Cechov si muovono in uno scenario frustrato dalla luce amara della rinuncia ad un presente fatto di incontro, da cui non resta altra via di fuga se non quella di evadere nella libertà eterna dell¹arte e del teatro.
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(Gian Paolo Grattarola, TeatroTeatro.it) |

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INTERVISTE CON UOMINI SCHIFOSI |
06/08/2008 |
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di David Foster Wallace regia di Tommaso Pitta |
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ANCONA – Non c’è pausa di pensiero, né di parola, se non pochi strategici inserti di musica in tensione e di echi sinistri e meccanici, nella tessitura fittissima di “Interviste con uomini schifosi, con cui Tommaso Pitta, il giovane regista/rivelazione del concorso “Nuove Sensibilità” ha debuttato al Teatro alla Mole venerdì (replica ieri sera) nell’ambito della rassegna Primavera Scena. Una primavera promettente, per il teatro italiano. La pièce, che nasce dalla recente raccolta di racconti “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace, così drammaturgicamente serrata, rivela la capacità di Pitta di gestire la parola e il racconto per la scena. E se la terza parte, pur molto intensa, emozionante, appare un po’ lunga, la responsabilità è dell’acume e della vis contenute in tutto il testo, impegnativo per attori e pubblico in un vorticoso pathos logico e sentimentale: umori e ipocrisie, complessi e finzioni di personaggi maschili che esistono nel rapporto con la donna, Margherita Giacobbi, muta in scena, ma vittoriosa. Dialoghi di uomini “malati” di egotismo, di alterigia, risolti in aspri monologhi, rivelatori di una forma mentis immodificabile. Eccellente la prova dei protagonisti: Federico Bonaconza, Vincenzo Giordano, Massimiliano Loizzi, Lino Musella e Roberto Testa, adeguatamente autoironici (ma solo fuori scena). |
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(Lucilla Niccolini, Corriere Adriatico) |
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/...- Forte del successo ottenuto dopo una lunga selezione tra circa trecento partecipanti alla nuova edizione del concorso Nuove Sensibilità, il giovane regista e drammaturgo Tommaso Pitta debutterà al teatro alla Mole di Ancona in anteprima nazionale il 30 e 31 maggio 2008 con lo spettacolo teatrale Interviste con uomini schifosi . Si tratta di un testo liberamente ricavato dal romanzo quasi omonimo Brevi interviste con uomini schifosi del celebre scrittore statunitense David Foster Wallace, che verrà prodotto dal Teatro Stabile delle Marche in collaborazione con l’Amat.
Il regista milanese potrà contare sulla collaborazione di un cast di riconosciuto valore tra cui Margherita Giacobbi, Federico Bonaconza, Vincenzo Giordano, Massimiliano Loizzi, Lino Musella e Roberto Testa.
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(Gian Paolo Grattarola, TeatroTeatro.it) |
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/...- Uno spettacolo d’avan-guardia in un continuo crescendo di tensione e drammaticità. E’ “Intervistecon uomini schifosi”, trasposizione teatrale del romanzo “Brevi interviste con uomini schifosi” del discusso autore americano di culto David Foster Walla-ce. A firmarne adattamento e regia è stato il giovanissimo (23 anni) quanto promettente Tommaso Pitta, tra i vincitori (sette in totale su oltre 300 compagnie teatrali) del concorso “Nuove sensi-bilità” 2007/08. ...Il talentuoso regista milanese ha riproposto lo stile ruvido e caustico dell’autore statunitense con un lavoro articolato in tre tempi, portando su una scena ridotta all’essenziale una donna (il cui viso resta volutamente in penombra durante tutta la rappresentazione) ed alcuni degli uomini che questa incontra nella sua vita, e ai quali rivolge domande silenziose, di cui lo spettatore sente solo la risposta, in forma di monologo, dell’ ‘intervistato’ di turno. ...Magistrali le interpretazioni degli attori Margherita Giacobbi, Federico Bonaconza, Vincenzo Giordano, Massi-miliano Loizzi, Lino Musellae Roberto Testa. Nota dimerito anche per i costumi diGianluca Sbicca e Simone Valsecchi, per i sapienti giochi di luce di Gabriele Amadori e le coinvolgenti musiche diGabor Lesko. |
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(Nicola Boldreghini, Marche Domani) |

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TARTUFO |
21/03/2007 |
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di Molière regia di Carlo Cecchi |
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/...-Si ricostituisce una famiglia teatrale, attorno al progetto di mettere in scena il sadico, controverso ritratto di una famiglia del Seicento che è un po' il motivo portante del "Tartufo" di Molière. Basta scorrere la locandina dello spettacolo...e balza all'occhio l'intento di riunire ancora una volta i vari Valerio Binasco, Iaia Forte, Angelica Ippolito e Licia Maglietta, lavorando per un cantiere partenopeo-molièriano che, coi buoni uffci co-produttori dello Stabile delle Marche (organismo che ha il merito di aver diffuso, di Cecchi, uno dei più acuti "sei personaggi" pirandelliani) ha per trampolino il teatro Mercadante di Napoli altro socio produttivo del Tartufo. |
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(Rodolfo di Giammarco, Il Venerdi di Repubblica) |
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/...- Come nella logica del progetto del Teatro Stabile delle Marche presentato a Roma con l'insediamento del nuovo direttore Raimodo Arcolai, partono quindi con "Tartufo" le nuove produzioni che vedranno il lavoro con Carlo Cecchi in una logica più organica legata al territorio marchigiano... . Per "Tartufo" 12 gli attori in scena, una compagnia importante... . La regia è di Carlo Cecchi, le scene di Francesco Calcagnini, i costumi di Sandra Cardini. La compagnia, affiatata, vede attori che hanno già lavorato a lungo con Cecchi tra i migliori del teatro italiano e molto amati e conosciuti anche per il loro laovro al cinema, bastino i nomi di Licia Maglietta, Iaia Forte e Valerio Binasco. |
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(Stefano Fabrizi, Weekend del Corriere Adriatico) |
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/... - L'interpretazione sublima se stessa ed è il trionfo della teatralità, perché è vero che 'per sorprendere il "Tartuffe" e coglierlo nella sua vera essenza di copione ancora medievale e di farsa tragicomica così lungimirante, così diangnostica della psicologia moderna, ci vuole un forte istinto teatrale', citando Cesare Garboli, secondo la cui traduzione Carlo Cecchi propone la satira feroce scritta da Molière in una dell sue opere più famose. Una versione di "Tartufo" che ne esalta la struttura comica grazie ad un cast di attori capace di liberare 'nella festa e nel gioco' quell'ipocrisia che a teatro 'si confessa'. Produzione Teatro Stabile delle Marche con il Mercadante Teatro Stabile di napoli in collaborazionz con Amat e Comune di Urbini, "Tartufo" diretto da Cecchi è stato a lungo plaudito dal pubblico del Sanzio, dove lo spettacolo è stato presentato in anteprima. |
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(Silvana Coricelli, Marchedomani) |
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/... - Carlo Cecchi accetta di 'metter su casa' al Teatro Stabile delle Marche, e dopo la tournée a Parigi coi "Sei Personaggi" conferma che lavorerà sul "Tartufo" tradotto da Garboli e coprodotto col Mercadante di Napoli, avendo poi in progetto l'importante "Serata a Colono" di Elsa Morante in un teatro-studio individuabile nei 70 teatri storici delle marche, area d'intervento per un repertorio che Cecchi identifica anche con "Sik Sik l'artefice magico" di Eduardo abbinabile a tre drammoletti di Thomas Bernhard o a "Relazione per un'accademia" di Kafka, testi da lui già felicemente collaudati. |
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(Rodolofo di Giammarco, La Repubblica) |
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/... - Geniale, carismatico, spesso scorbutico. L'attore-regista fiorentino Carlo Cecchi è uno dei grandissimi della scena italiana. Nei suoi spettacoli convivono avanguardia e grande tradizione napoletana. L'artista - nelle vesti di regista e di interprete nel ruolo di Orgone - è da stasera a domenica alla Pergola con la novità "Tartufo" di Molière. ...la traduzione scelta, in stile Cecchi, è quella dello scomparso Cesare Garboli. 'Con Garboli - spiega Cecchi - c'è sempre stata una profonda amicizia, quello che ci legava era il teatro. Le sue traduzioni di testi di Shakespeare e Molière sono state fondamentali per alcuni miei spettacoli. Cesare era uno straordinario uomo di teatro, traduceva come un grande attore'. |
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(Roberto Incerti, La Repubblica) |
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/... - 'Mi considero, u po' alla vecchia maniera capocomico. E la mia soddisfazione è raggiunta quando, con la collaborazionz degli attori, riesco a cerare un bello spettacolo, e quando il botteghino si riempie'.
Com'é questo "Tartufo"?
'Semplice. Di fatto è il pimo dramma borghese: c'è una parte comica, molto immediata, che prediligo. In più c'è l'attualità di un personaggio e questo anche grazie alla traduzione, che ci mostra tutta la sua ambiguità. E di fronte a questo sarà il pubblico a dare il giudizio finale sul protagonista: a decidere se è un eroe un ipocrita o un semplice arrampicatore sociale'. |
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(Dall'intervista di Paolo Angeletti a Carlo Cecchi, Il Resto del Carlino) |
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SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE |
20/12/2004 |
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di Luigi Pirandello
regia di Carlo Cecchi |
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/ -...con Pirandello ho un rapporto doppio: lo considero, come tutti, il più grande autore italiano. E il più insopportabile-. Soddisfatto per l'eresia appena annunciata, Carlo Cecchi scocca un'occhiata complice a una signora che gli siede accanto. Lei non dà segno di condividere. Lui va avanti e ci spiega perché il suo spettacolo che debutta il 14 al Sanzio di Urbino per il Teatro Stabile delle Marche, è proprio "Sei personaggi in cerca d'autore", il Pirandello più canonioco che c'é - . .../ |
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(dall'intervista a Cecchi/Maselli di Paola Zanuttini, Il Venerdì di Repubblica) |
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/ ...- Cecchi , a tanti anni di distanza dal suo bellissimo allestimento dell'Uomo , la bestia e la virtù, lei torna a Pirandello col suo testo-chiave, un capolavoro che si chiama Sei personaggi in cerca d'autore. Perché?
- Perché Pirandello è un punto focale, un nodo centrale nella tradizione del teatro italiano, e prima o poi va affrontato col rispetto che gli si deve. Anche se non lo amo-. ma allora perché lo mette in scena? - Per togliergli la maschera -. .../ |
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(dall'intervista di Enrico Groppali a Carlo Cecchi, Il Giornale) |
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/ -...l'attuale scelta di questo testo per il Teatro Stabile delle Marche è partita dall'intenzione di smontare le parti dei Personaggi per denunciare i limiti di abbozzo di queste figure: e, nella scena di Titina Maselli, eccoli infatti uscire d'improvviso da una grossa borsa di pelle, nuova nuova, tra una parata di verdi bauli, al centro del ciarpame in cui una compagnia prova in altro Pirandello. A guidare gli attori c'é uno smagliante Carlo Cecchi, che sfrutta la presenza di un suggeritore attento a dare anche a lui le battute, e ci ricorda l'inventiva del grande Vittorio Caprioli nell'edizione di Patroni Griffi, puntando sulla satira del regista intellettuale che sfodera frasi fatte chiedento interpretazioni demistificanti-. .../ |
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(Franco Quadri, La Repubblica) |
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/...- Carlo Cecchi nella parte del Capocomico, è così profondamente assolutisticamente attore da pretendere di darcela a bere: vorrebbe farci credere do non ricordare la parte. C'è un Suggeritore? Benissimo, se lo prevede il copione, perché non profittarne? Così, Cecchi comincia zoppicando, nell'andatura ( si aiuta con un bastone) e nell'eloquio. ... ne risulta un'edizione dei Sei personaggi come non se ne era mai vista una uguale. ...Il suo spettacolo è fulmineo...Non c'é che lui. Le battute che si dicono sono quelle di Pirandello. Ma lo spettacolo è solo di Cecchi. E' lo spettacolo di un tipo che ci prendeva in giro, che non è zoppo per niente, che si ricorda tutto - e in nulla crede, neppure in quel Pirandello, in quella sua pappagallesca commedia della realtà che non è reale e della finzione che è solo ripetizione: come sempre ripete il derisorio pappagallo che scende in scena ad annunciare la fine -. .../ |
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(Franco Cordelli, Corriere della Sera) |
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/...- i Personaggi occupano il palcoscenico. E pretendono di dire la loro alla finta compagnia di attori veri che sta eseguendo una finta prova in uno spettacolo "vero" (ossia certamente finto): ma Cecchi non si fida della retorica pirandelliana. Vede dentro la pur grande idea di mettere in crisi il dramma un gioco di depistamento che si estende dalle tecniche ai contenuti e che va sbugiardato; così questo spettacolo equivale ad una disamina lucida, compiuta per vendetta dell'attore-regista proprio con la corporeità flagrante del suo teatro-. .../ |
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(Sergio Colomba, Il Resto del Carlino) |
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/...-Cecchi la scorsa stagione era stato lo strepitoso protagonista della Storia infinita tratta da Karen Blixen: ma tanto era lì contenuto e misurato nella recitazione, tanto ora è esuberante e vitale nel ruolo del regista. Divertito e divertente artefice del confronto tra due teatralità, quella dei "personaggi" e quella degli "attori" che se ne vorrebbero appropriare, entrambe parziali e caduche, ma anche e soprattutto espressione di quel parossismo esibizionistico che il teatro è per costiutuzione. ....Quell'incesto sfiorato ha rappresentato una sorta di frontiera per il teatro pirandelliano lungo molti decenni. Cecchi ne toglie senza esitazioni il velo di morbosità per scoprirne il forte meccanismo teatrale. -.../ |
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(Gianfranco Capitta, Il Manifesto) |
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{DÚ?e, quello che io provo, quello che sento, non posso e non voglio esprimerlo. Potrei al massimo confidarlo, e non vorrei neanche a me stesso. Non può dunque dar luogo, come vede, a nessuna azione da parte mia". Oltre ogni dubbio, è questa (vien pronunciata dal Figlio) la battuta-chiave dei "Sei personaggi in cerca d'autore". ... Ebbene, Carlo Cecchi - regista dell'allestimento dei "Sei personaggi in cerca d'autore" presentato al Mercadante dallo Stabile delle Marche in coproduzione con quello di Napoli - invera tutto questo nella maniera più radicale possibile: poiché, paradossalmente (ma solo fino a un certo punto), ha messo in scena il fatidico capolavoro pirandelliano proprio non mettendolo in scena. ... "Vago, ondeggio, oltrepasso il confine e torno indietro". Così Cecchi s'è espresso dalle pagine de "Il Mattino" a proposito del suo accostarsi ai "Sei personaggi". E questo, in effetti, fa letteralmente sul palcoscenico: nei panni del personaggio/regista, caracolla alla propria maniera - in bombetta, il mezzo toscano fra le labbra e il bastone nella destra - sul limite fra la vita e la rappresentazione, un passo al di là e un passo al di qua. Giusto ciò che fece, scrivendo quel testo (e, in genere, tutti i suoi testi), il drammaturgo di Girgenti, eternamente in bilico - per riprendere il titolo del noto saggio di Alonge - fra "realismo e mistificazione"-. .../
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(Enrico Fiore, Il Mattino) |
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/...- questo Pirandello...si configura come uno straordinario saggio da camera. Dove entrambi i gruppi (gli attori sembrano personaggi, e i personaggi che sembrano i veri attori truccati per la recita serale) hanno l'aspetto tragico e sfatto di pupazzi da fiera. Davvero, la amniera del regista si connota sempre più come un gigantesco laboratorio dove labili sono i confini tra passato e presente. Dal momento che lontanissimi spettacoli , come Il Bagno del Gran Teatro o il Don Giovanni straniato come un'opera dei pupi in miniatura, si danno idealmente la mano in un'opera come questa. Dove, alla fine, persino il tremendo interrogativo finzione-realtà viene enunciato da un pappagallo meccanico che cala dall'alto dentro una gabbia -. / |
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(Enrico Groppali, Il Giornale) |
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/ ...-spiazzando tutti Cecchi sceglie la via di una folgorante semplicità, di una secca ironia. Con queste armi smaschera i meccanismi pirandelliani. VIa il bozzetismo ottocentesco, via l'aura da naturalismo serio, via i lunghi discorsi esistenziali e filosofici. Le storia di quei sei disperati vengono trattate per quello che sono, brandelli di un vertiginoso feuilletton. Due atti svelti, ficcanti, incisivi che si consumano in meno di un'ora ciscuno. Una grande prova di Cecchi anche come attore. Fra gli altri dodici attori, spicca Paolo Graziosi -./ |
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(Simona Maggiorelli, La Nazione) |
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/...- Cecchi ci ha dato di Sei personaggi in cerca d'autore una chiave diversa dal consueto. Sappiamo che ci hanno provato in tanti a trovare inidite angolazioni nella impareggiabile storia di "teatro nel teatro", sempre in bilico tra finzione e realtà, Cecchi vi aggiunge qualcosa di molto personale e originale. La sua interpretazione è moderna liberasta dalle incrostazioni care alla scena quando l'opera del 1921, venne concepita. ...Una recitazione, quella di Cecchi e di tutti i suoi compagni, tra i quali Paolo Graziosi nella parte del padre, Luisa De Santis, in quella della madre, e Angelica Ippolito, Madama Pace, che si svolge quasi contro, fuori da ogni patetismo-..../ |
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(Ettore Zocaro, Il Giornale dello Spettacolo) |
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/...- nella tradizione interpretativa dei Sei personaggi in cerca d'autore tocca in genere al Padre il ruolo di figura centrale, di portatore più o meno dichiarato del pensiero pirandelliano...Carlo Cecchi, nel suo approccio sfrontatamente personale, sovverte in modo radicale questa prospettiva: accollandosi la parte del regista tanto in scena quanto nella realtà ne fa un protagonista assoluto, incontenibile, debordante, che tratta con dispezzo i suoi enigmatici visitatori, listrapoazza, li ridimensiona, li irride. ...lo spettacolo...è acuto e sorprendentemente ironico, spesso persino esilarante nelle acri battute metateatrali: così per avere "uno sguardo d'insieme" - con folgorante citazione milleriana - bisogna accontentarsi di a "view from the bridge"....Per quanto riguarda gli attori, a parte l'irresistibile regista-protagonista è Paolo Graziosi, perfetto anche nei panni d'un padre assai dimesso-..../ |
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(Renato Palazzi, Il Sole 24 ore) |
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/...- ecco dunque che Carlo Cecchi nel veloce, brioso allestimento, conserva della cornice teatrale l'aspetto giocoso, ma toglie ogni suspance all'arrivo dei sei, i quali invece di incedere ieraticamente dalla sala sbucano da un involucro già in palcoscenico, con una naturalezza di cui nessuno si meraviglia più che tanto; e affida - sempre Cecchi - a un innocuo pappagallo in gabbia la domanda finale - "Fantasia? Realtà?"...Spogliata del suo alone di mistero, la truce vicenda del sestetto avido di spiattellarla emerge così in tutta la sua sordidezza, con delizia del Direttore-Regista, Cecchi stesso, lesto a intravederne il potenziale scenico. Questo regista diventa dunque il pivot intorno a cui gira tutta l'azione, oltre che il divertito commentatore della medesima...La sua prestazione è deliziosa e vale da sola la serata: il ripasso dell'immortale capolavoro risolta di forse sorprendente, certo assai benvenuta leggerezza-./ |
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(Masolino D'Amico, La Stampa) |
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